Repubblica consacra il Paletta azzurro, citando la spilla di ParmaFanzine…

spillapalettanazionaleL’ormai sicura convocazione di Paletta in Nazionale sta diventando la notizia principale di tutti i quotidiani sportivi e non. ParmaFanzine ci crede da ormai un anno, ed è proprio un quotidiano nazionale, Repubblica, che nella sua edizione cartacea, all’interno di un’interessante intervista al difensore crociato, cita la spilla coniata dal nostro Vignettista per gridare quello che da tempo pensano in molti a Parma: “Paletta in Nazionale! è stato fin dall’inizio un grido convinto, un sogno che si è trasformato in realtà.

Ecco le parole di Gabriel, riportate dall’edizione nazionale di Repubblica oggi in edicola:

palettarepubblicaLa convocazione? Non so nullasorride – resto tranquillo e aspetto, sarebbe stupendo. Arrivato a Parma mi parlarono di questa possibilità, ci penso da allora. Ho scelto da tempo, ma c’erano tanti intoppi burocratici, superati solo in estate. Le mie origini? Il mio bisnonno Vincenzo emigrò da Crotone. Io sono cresciuto a Longchamps, 40 minuti da Buenos Aires. Mio padre Hugo camionista tutta una vita, noi a casa con mamma Isabel. Quattro maschi, io il più piccolo, il calcio in testa, la venerazione per Maradona e un folle amore di famiglia per il Boca. Mio fratello Hector arbitra in A e in B, Ariel e Daniel sono al Racing Club, uno magazziniere e l’altro preparatore”.

Con il calcio ho cominciato a sette anni, sul campetto sotto casa: la squadra si chiamava Esperanza. A dieci mi presentai con cinque amici al provino col Banfield, ci presero tutti. Gli altri si sono persi, troppi chilometri per allenarsi, io prendevo il treno o mi accompagnavano i miei, tutti i giorni. A loro girai i primi soldi, il premio per la vittoria del Primavera. E quelli del primo contratto, a 18 anni, diecimila pesos annui.”

Dal Banfield al Liverpool? Tutto troppo in fretta. Ero arrivato in cima al mondo con Messi, avevamo battuto nel Mondiale Under 20 gente come Llorente, Fabregas, David Silva, Obi Mikeò, Guarin, Falcao, Diego… Benitez mi notò e mi volle in Inghilterra: aveva vinto la Champions, la squadra era fortissima. Mi copriva di complimenti, ma non giocavo mai. Mi stufai, tornai a casa, c’era il Boca, come rifiutare? La Bombonera, i cori de “La 12”: un sogno per me. Solo oggi ammetto che dovevo avere più pazienza, ma a Liverpool stavo male, ero solo, ricordo solo il gelo: in un anno non ho mai cenato con un compagno“.

palettarepubblica2Poi l’Italia, avevo firmato con il Palermo. Alle visite non erano convinti del mio ginocchio, volevano operarmi di nuovo, li salutai. A Parma invece mi sono sentito subito a casa, ottimo rapporto con i compagni, i tifosi, Donadoni. Non abbiamo mai avuto una squadra così forte come quest’anno: meritiamo di essere lassù. E domani il derby col Sassuolo, da vincere“.

“La mia dote principale è la forza mentale? Quando un attaccante ti punta, devi essere capace di non agitarti e di restare lucido. Altrimenti è finita. Grazie a Donadoni studio gli avversari in video. Devo sapere prima dove vogliono andare. Devo essere bravo a portarli dal lato opposto. Quando ti trovi la classe di Lavezzi, la forza di Ibra, la resistenza di Cavani, i più forti che ho affrontato in Italia, devi per forza marcarli con la testa. Il mio modello è Samuel.”

In cosa mi sento italiano? In Argentina sono cresciuto, ho i miei cari, è nato Sebastian. Ma mi sento italiano se penso al sogno del mio bisnonno. Avrebbe voluto che i suoi figli tornassero in Calabria, con qualche soldo in più in tasca, per dire che lui ce l’aveva fatta. Lo ripeteva sempre, non l’ha fatto nessuno. Vestendo l’azzurro, in un certo senso, completerei il suo viaggio. L’inno? L’ho studiato, lo canterei. Non capisco perchè a molti non piaccia, è un testo stupendo. Soprattutto il finale: siam pronti alla morte, l’Italia chiamò. Mette i brividi…