Pensieri InCrociati: “Parma, aiutaci ad aiutarti”

copertinaIl consueto editoriale del lunedì, questa settimana, vede la luce con un giorno di ritardo. Ci è sembrato giusto e doveroso, infatti, concentrare tutte le forze e le attenzioni alla serata conclusiva di questo fine settimana nel quale è stato celebrato il Centenario della squadra di calcio che porta il nome di una città e di una comunità. L’evento consumatosi al Teatro Regio, sotto tutti i punti di vista, è stato un successo, e ha in parte riscattato l’amaro sapore di bocca che i tifosi hanno portato a casa con sè dopo il match del Tardini. Durante l’evento si sono visti molti sorrisi, qualche lacrima, tanta commozione e soprattutto molti, moltissimi applausi per i protagonisti di questi 100 anni di storia della squadra crociata. Abbiamo cercato, su ParmaFanzine.it, di raccogliere tutte le testimonianze possibili durante gi eventi che hanno composto questa 3 giorni ricca di significati: l’inaugurazione della splendida Mostra in Piazza Ghiaia, la presentazione della Sciarpa del Centenario, la partita giocata al Tardini con la Maglia del Centenario, la serata conclusiva al Teatro Regio. Oggi però non voglio parlare nè di Centenario, nè di tattiche, nè di classifiche: sento il bisogno di sviluppare un discorso molto più profondo. “Parma, aiutaci ad aiutarti” è il titolo che ho scelto, ritengo che sia il riassunto perfetto del pensiero che sto per sviluppare.

NuovaimmaginecontestevidenzaE’ inevitabile, dopo il fischio finale di una partita come quella di domenica, provare amarezza. Per il risultato, per l’occasione mancata, per la ricorrenza speciale che avrebbe meritato un esito ben differente. Per certi versi si può anche dire che il calcio è così: il fatto che una squadra festeggi una ricorrenza particolare non vuol certo dire che il risultato sia scontato. Sono fermamente convinto che bisognerebbe inserire una regola, nel calcio nostrano, secondo la quale quando una squadra scende in campo con una maglia come quella indossata dal Parma due giorni fa deve vedersi consegnare la vittoria a tavolino. Il problema, però, è che dentro quella maglia ci devono essere dei giocatori capaci di portare in campo la voglia di mangiare letteralmente l’erba sotto i piedi degli avversari. Fermi tutti, a scanso di equivoci lo voglio chiarire fin da subito: non sto assolutamente affermando che il Parma, domenica, sia sceso in campo per una scampagnata. Non lo penso, non l’ho scritto, e soprattutto non voglio che chi legge possa pensarlo. Il salvataggio di Gobbi sulla linea, le corse di Biabiany, i contrasti realizzati da Acquah, sono solo alcuni esempi del fatto che il Parma abbia giocato la partita, e che l’impegno in campo ci sia stato. Quello che è mancato, a mio modo di vedere, è quel qualcosa in piùOgnuno di noi sa a cosa mi riferisco, e credo che ogni tifoso, domenica, avrebbe quasi preferito vedere un Parma sconfitto dopo essere sceso in campo con la ferocia necessaria per cercare di portare a casa un risultato utile, piuttosto di un Parma che ha pareggiato contro il Cagliari ma che ha dato la sensazione di aver perso contro sè stesso. La squadra, dopo un primo tempo giocato in maniera confusionaria, nei secondi 45′ ha avuto una reazione d’orgoglio, è giusto riconoscerlo, ma è stato chiaro fin dalle prime battute del match che i crociati erano ancora una volta vittime di quel blocco psicologico dal quale non sono mai stati capaci di uscire, almeno durante l’arco di una stessa partita, come successe contro il Bologna per ben due volte se consideriamo il recente passato (qualche settimana fa per quanto riguarda il campionato, e l’anno scorso se vogliamo cercare un’altra gara che portava con sè particolari eventi da commemorare, ovvero il ventennale di Wembley). Dopo qualche occasione fallita (perchè ad ogni modo va riconosciuto anche il fatto che il Parma sia riuscito a creare qualche opportunità per passare in vantaggio) si è vista una certa rabbia, ma nei volti dei giocatori in campo ho scorto maggiormente un certo spaesamento, forse più simile a una strana rassegnazione.

memecentenarioSpesso il tifo crociato è stato descritto “un po’ freddino“. Certo, il pubblico sugli spalti dovrebbe essere più numeroso, e i cori per la squadra più forti e più frequenti. Della simpatica chiacchierata che ho fatto con Jose, tifoso crociato venuto fin dalla Spagna per essere presente domenica, una delle cose che più mi ha impressionato è vedere con che convinzione con la quale mi ha espresso il suo pensiero riguardo il pubblico che avrebbe dovuto riempire i gradoni dell’Ennio: “Con dei prezzi così, mi immagino che si farà fatica a trovare un posto libero!“. No Jose, a Parma ultimamente le cose non vanno proprio così, e la cosa più giusta è farsene una ragione, senza vittimismi e senza nemmeno puntare il dito contro nessuno, anche perchè, a mio modo di vedere, non serve a nulla. L’amore incondizionato di un tifoso non sarà mai intaccato da un match andato storto, e sono sicuro che un pareggio come quello di domenica, anche se arrivato in una giornata in cui una vittoria sarebbe stata la ciliegina sulla torta che ciascuno di noi si aspettava, non spegnerà la fiamma che lo alimenta. La comunità crociata, anche nel recente passato, non si è mai sottratta dall’applaudire i propri beniamini anche dopo sonore sconfitte, o dopo risultati deludenti: basti pensare al giorno della retrocessione in Serie B, quel maledetto pomeriggio del 18 maggio 2008. Il problema, dunque, non è nemmeno nel risultato finale, perchè poco importa se i punti alla fine sono tre, uno o nessuno. I tifosi crociati hanno bisogno che la squadra riesca a dare quel qualcosa in più, quella grinta, quella voglia, quella “sana ignoranza” (come la chiama Donadoni) anche e soprattutto dal punto di vista della corsa, del contrasto con un avversario, del tentativo di buttarsi su un mezzo pallone. Certo, siamo in Italia, quindi “siamo tutti Ct”, parafrasando un vecchio detto: continueranno i borbottii, le critiche e le chiacchiere, anche perchè ciascun tifoso ha un modulo perfetto e soprattutto un giocatore preferito, che ai loro occhi è sempre decisivo (soprattutto quando non gioca… ma il bello del calcio è anche questo…). Proviamo però a guardare il tutto da una prospettiva diversa: la Curva, il settore più caldo della tifoseria crociata, è quello che si definisce il dodicesimo uomo in campo. Immaginando dunque che al Tardini, in campo, si scenda in dodici (undici giocatori e il pubblico sugli spalti), c’è la necessità, ora più che mai, di giocare di squadra, tutti assieme. Il pubblico deve aiutare la squadra, ma il Parma deve aiutare i propri tifosi come si fa con un compagno di squadra in difficoltà, deve animarli come si fa con un attaccante dal morale basso, deve spronarlo dando per primo l’esempio sul campo. Non è una questione nè di risultati, nè di impegno, nè di tattiche o di formazioni. E’ una questione di cuore, di quel cuore crociato che batte dentro a ciascuno di noi.

L’Editorialista