PARMA-REGGIANA, IL DERBY DELLA DISCORDIA E QUELLA BRUTTA ABITUDINE DI DARE LA COLPA AL CALCIO…

Tristezza. Questa la parola che più si addice alla discussione che si è scatenata dopo l’articolo apparso sulle pagine di un quotidiano di Reggio Emilia sulla presunta volontà da parte di chi gestisce l’ordine pubblico di evitare il derby tra Parma e Reggiana. La tristezza è infinita soprattutto perchè questo dibattito rappresenta il primo atto di quella che potrebbe essere una cocente sconfitta, qualora venga presa una qualsiasi decisione diversa da quella di disputare un derby che manca da vent’anni.

Una sconfitta, però, che non apparterrebbe al calcio, come spesso ci si ritrova frettolosamente a rimarcare. A perdere sarebbe lo Stato e chi deve garantire l’ordine pubblico. “Il calcio troppo spesso è ridotto ad ammortizzatore sociale“, aveva detto Abodi, Presidente della Lega di Serie B, durante la conferenza stampa di presentazione dell’amichevole tra Parma e B abodiItalia ad una nostra precisa domanda sul tifo e su certe restrizioni che in Italia spesso non risolvono nulla ed anzi allontanano la gente dagli stadi. Il concetto è sempre lo stesso: generalizzare, amplificare e banalizzare ogni problema per giustificare decisioni che colpiscono chi, nella stragrande maggioranza dei casi, non c’entra nulla. Facciamo un semplice esempio: un tifoso che lancia una bomba carta in Curva in mezzo ad altri supporters? Ecco, spesso vengono fatti due errori: il primo è quello di considerarlo e menzionarlo come un tifoso di questa o quella squadra, come a dire che tutti i tifosi di quella squadra siano potenzialmente pericolosi delinquenti, ed il secondo è il rimedio che spesso viene utilizzato, ovvero la chiusura di un intero settore o, peggio, la disputa di alcune gare a porte chiuse. Uno, dieci o venti commettono atti criminali? Invece di riconoscere, identificare e punire loro, vengono sempre colpiti tutti gli altri.

È questo lo sbaglio (dello Stato, non del calcio) che si perpetra domenica dopo domenica, ed i risultati osservando gli spalti italiani sono fin troppo evidenti. I rimedi accessori poi sono spesso ancor peggio del danno: anni di Daspo se accendi un fumogeno, divieto di ingresso di “pericolosissimi” ombrelli e via discorrendo. È la generalizzazione, poi, a fare una serie di danni che peggiorano sempre di più la situazione. La morte di Ciro Esposito ne è un esempio chiaro e lampante: quel giorno non morì un tifoso del Napoli colpito da un colpo di pistola sparato da un tifoso della Roma, bensì un ragazzo raggiunto da uno sparo di un delinquente. Mettere in mezzo tifo, fede e passione mischia solo il tutto, scalda gli animi rendendoli bollenti e soprattutto chiama in causa intere tifoserie a causa delle azioni di una sola persona. Generalizzare, però, fa comodo purtroppo a tutti, soprattutto a chi l’ordine pubblico lo deve gestire.

Per questo discutere della possibilità di evitare il derby tra Parma e Reggiana è triste, e rappresenta una possibile sconfitta per lo Stato italiano. Gli strumenti per identificare e punire delta-coreografiachi commette nefandezze ci sono, ma non vengono usati. Ad essere puniti con misure repressive (e discretamente anticostituzionali) a volte sono tifosi colpevoli di azioni “di poco conto”, mentre quand’è ora di colpire chi davvero delinque partono provvedimenti che danneggiano un’intera comunità ed intere tifoserie. Si vietano striscioni, fumogeni ed ombrelli, ma poi non si riesce ad isolare dieci o venti soggetti pericolosi. Troppo facile rimediare spostando un derby atteso da vent’anni da due città che hanno voglia di scontrarsi sportivamente e di tornare a quel regime di sfottò e di goliardia che da sempre caratterizza le sfide tra “cugini” e “vicini di casa”. Con i dovuti controlli, certo, visto che per la legge dei grandi numeri in uno stadio affollato da ventimila spettatori venti o trenta soggetti pericolosi ci sono sempre. Ma non iniziate mesi prima a dare la colpa al calcio: è un giochino troppo facile che non risolve per nulla la situazione.