MARCO FERRARI A PFZ.IT: “SIAMO OTTIMISTI E CI CREDIAMO: TIFOSI, ACCOMPAGNATECI IN SERIE B”

Dopo le pagelle di Gabrielo in versione amarcord e l’edizione speciale del “Mapi Game”, volevamo concludere la nostra avventura con un’intervista particolare. A sedersi di fronte al nostro microfono è Marco Ferrari, colui che ha tessuto quella che è la rinascita del Parma. Un personaggio fondamentale in questo cammino ripartito dalla Serie D, che ha saputo farsi carico (quasi sempre nell’ombra) di una grande quantità di responsabilità. E quando sei tifoso, si sa, le responsabilità pesano il doppio…

Innanzitutto come stai? Come stai vivendo questa stagione?

“Sto bene. È stato un anno movimentato, è inutile nasconderlo. Secondo me però è anche un anno di crescita per la società, in cui siamo passati dalla favola alla realtà. È una cosa che ti assorbe moltissima energia mentale, più che fisica, ma sto bene perché siamo ad una curva dal primo posto, con un grande staff e una squadra che ha tutte le caratteristiche tecniche e caratteriali per riuscire a raggiungere l’obiettivo. Diciamoci la verità: nessuno, me compreso, dopo Parma-Teramo, quando eravamo a otto punti di distacco dalla vetta, con sei squadre davanti,  avrebbe mai immaginato di recuperare così velocemente. Sono passati soltanto due mesi… quindi essere ottimisti è un dovere”.

Resta comunque una corsa estenuante, piena di alti e bassi dal punto di vista delle emozioni…

“È vero, ma serve equilibrio e tenacia. La mia sensazione è che l’ambiente – soprattutto i tifosi – avesse puntato molto sul fatto che il Venezia potesse perdere dei punti a San Benedetto del Tronto. Questo non è successo, ed insieme agli infortuni ciò ha portato negli ultimi giorni a qualche ansia  di troppo. Ma è un’ansia ingiustificata. In primis dal punto di vista matematico, visto che è vero che Parma e Venezia sono in striscia positiva, ma hanno portato a casa quattro vittorie consecutive. Da lì ad arrivare a raccoglierne quindici, ovvero vincerle tutte fino alla fine, c’è un mondo. Non abbiamo mollato quando la matematica era ben diversa, ora è il momento di crederci fino in fondo. Abbiamo tutte le possibilità di recuperare questi punti. E vogliamo fortemente riuscirci. Se qualcuno sarà più bravo di noi, domani lo applaudiremo ma oggi vogliamo dimostrare di essere noi a valere il primo posto”.

Se potessi dare qualche consiglio al Marco Ferrari che iniziava questa avventura, due anni fa, cosa gli diresti?

“Gli direi di non perdere tempo a leggere o ascoltare le tante cose che diranno su di te o sui tuoi soci. Ma, detto tra noi, so già che non ce la farei, quindi è un consiglio inutile. Nel calcio molte persone dicono che non leggono i giornali, o non guardano i social. Te la do come notizia ufficiale: non è assolutamente vero. Chiunque guarda e legge tutto, ed è anche normale che sia così. Questa cosa non è giusto ignorarla perché ti permette di avere il polso della situazione, ma non deve influenzarti troppo. L’altra cosa che ho imparato è che nel calcio, per quanto banale sia, contano solo i risultati. Puoi avere belle idee  legate al rapporto di una squadra di calcio con il suo il territorio, dedicare tante energie a progetti extra-calcistici, ma tutto dipende solo ed esclusivamente dai risultati. Quando vinci qualsiasi cosa viene giudicata bene, se invece perdi tutto sembra pessimo, anche se ci sono le migliori intenzioni. Un esempio? Se avessimo aperto il Museo del Parma dopo quattro sconfitte consecutive, per capirci, probabilmente non sarebbe piaciuto a nessuno. Invece per fortuna l’enorme lavoro che c’è stato dietro è stato apprezzato da tutti. Non è facile fare il dirigente del Parma essendone anche tifoso: ti senti addosso molta responsabilità. Ad ogni scelta che fai ti rendi conto di non avere mai delle certezze. Lo sai sempre alla fine se hai fatto la scelta giusta. A volte penso che se fossi un “esterno”, sarebbe tutto più semplice…”.

Sul fatto che nel calcio conti soprattutto il risultato qualcosa avevano detto anche Scala, Minotti, Galassi ed Apolloni nella loro lettera aperta dopo l’esonero e le dimissioni, quando dissero che avevano “la certezza di un progetto che si nutriva di logiche differenti da quelle dei risultati”. Quella decisione resta la più difficile presa finora?

“Di quello che ho provato personalmente non ne ho mai parlato prima. Per me è stato il momento più difficile di tutta quest’avventura. Sono stato proprio io a richiamare Nevio Scala a Parma, e fin da subito ho sentito l’entusiasmo che ci ha trasmesso. Per me Nevio Scala è un mito assoluto. Il suo primo Parma è stato il più bello della storia crociata: è stata una favola del calcio italiano. La situazione è uguale, da un certo punto di vista, per Minotti e Apolloni, persone che hanno scritto un pezzo della nostra storia. Io non sono nessuno rispetto a loro, quindi è stato veramente complicato come momento. Non ho niente da recriminare sulle obiezioni che hanno espresso. Capisco la loro delusione nei nostri confronti, e le loro critiche. Però più una decisione è difficile e più nasconde delle motivazioni”.

Anche perchè senza un motivo chiaro nessuno avrebbe preso una decisione del genere…

“Non siamo così cretini da imporre a nessuno l’obbligo di vincere. Neanche Daniele (Faggiano ndr)  e Roberto (D’Aversa, ndr) ce l’hanno, per intenderci. Arriviamo secondi? Ci giochiamo i playoff? Usciamo in semifinale? Capita, è il bello del calcio. Ci riproveremo, questo è fuori discussione. In quel momento eravamo tutti concordi su una cosa. Non c’era stato nessun progresso relativo a quei difetti o dubbi che avevamo notato fin dall’inizio nel progetto tecnico. Dopo cinque mesi di lavoro, fino alla gara contro il Padova, non c’era stato quel progresso che ti fa capire di essere sulla strada giusta. Se è vero che nello sport non è obbligatorio vincere, è invece un obbligo fare tutto il possibile per provare a farlo. Tra l’altro per come si erano messe le cose, per la proprietà sarebbe stato più facile e “comodo”  rimanere in disparte. Avendo delegato il lato tecnico e sportivo, avremmo potuto attendere la fine della stagione. Però quando dentro di te sei convinto che una stagione non finirà bene, devi prendere una decisione e ci siamo trovati tutti d’accordo nel farlo”.

Ti capita di ripensarci ancora oggi?

“Non ti nascondo che si, questa cosa dal punto di vista umano mi pesa ancora. Ci sono alcune sere in cui ci ripenso, perchè so di aver dato una delusione forte a delle persone che tenevano tantissimo al Parma e sono convinto che l’abbiano sofferta. Purtroppo è la conseguenza di una decisione che abbiamo preso”.

Prima hai parlato del concetto di delega. È una delle caratteristiche di questo nuovo Parma. Come funziona, concretamente? Bastano alcune riunioni periodiche per prendere le decisioni?

“Come funziona? Non lo sappiamo neanche noi… Questo Parma non ha il libretto d’istruzioni, la verità è che lo stiamo scoprendo giorno dopo giorno. A me non piacciono molto i luoghi comuni. Due parole che per certi versi non sopporto sono ad esempio “progetto” e “modello”. Eppure nel mondo del calcio si sente parlare di progettualità per i prossimi cinque o dieci anni… La verità è che viviamo in un mondo sempre più complesso ed allo stesso tempo veloce. Puoi darti obiettivi strategici, a due o tre anni, ma il “piano diabolico” non esiste. È un meccanismo che stiamo scoprendo in corsa. Non c’è una ricetta: siamo stati bravi e fortunati ad essere tutti compatti ed uniti mentre affrontavamo la prima curva difficile. Probabilmente ci aiuta il fatto che tra di noi condividiamo profondi rapporti personali. Ci conosciamo e c’è un buon mix tra i nostri caratteri, a volte così diversi ma allo stesso tempo così compatibili. È stata dura nel mese in cui eravamo, passami il termine, un po’ “punk”, ma adesso la società è tornata alla sua configurazione originaria. C’è Faggiano che fa il Direttore Sportivo, D’Aversa che fa l’allenatore, Carra l’amministratore delegato e la proprietà è tornata a fare il suo lavoro, che essenzialmente è quello di finanziare il Parma”.

Resti convinto che quella dei sette soci sia una buona idea?

“Come in tutte le cose ci sono i pro e i contro. Di una cosa però sono convintissimo: se vuoi preservare un bene prezioso come il Parma non si può più avere un proprietario unico. Una multiproprietà è il miglior modo per non avere problemi. Ora abbiamo questa struttura che si è data un primo obiettivo strategico: tornare dove questa squadra era finita prima di fallire, ovvero in Serie B. Ci siamo dati un orizzonte temporale di tre anni, anche se speriamo ovviamente di farcela in anticipo…”

In molti si chiedono, ancora oggi, cosa potrebbe succedere se il Parma non dovesse conquistare la promozione in B in questa stagione…

“Ci si riprova, senza nessun problema. E posso anche dire che con questa squadra e questo staff dall’inizio, credo avremmo ottime chances…”

Ti faccio una domanda diretta. Si sentono diverse voci sull’evoluzione della società, dalla possibilità che un socio attuale aumenti notevolmente la propria quota al possibile ingresso di altri soci esterni. Quanto c’è di vero, allo stato attuale?

“Il Parma oggi non ha bisogno di nulla, lo dico chiaro e tondo. Bisogna però lavorare per fare un Parma sempre più forte e senza avere dogmi stupidi. Non difendo un “modello”: come ho detto prima non mi piace nemmeno la parola. Quello che dovrà essere fatto con il tempo è capire la portata delle sfide, parlarci come abbiamo sempre fatto ed identificare la strada migliore per superarle. Ad esempio, se riusciremo a salire in categorie superiori, va considerato che aumenta la complessità, la qualità e la quantità delle decisioni importanti da prendere in poco tempo. Un conto è decidere in pochi minuti se prendere un giocatore che costa 400mila euro: basta qualche messaggio su WhatsApp. Cambia tutto invece se è un giocatore, ad esempio, che costa cinque milioni. Siamo consapevoli anche noi che con il tempo ci sarà probabilmente bisogno di un azionista o di uno “zoccolo duro” di riferimento, ma oggi è presto. Il nostro obiettivo è quello di trovare una sistemazione che possa funzionare per i prossimi dieci anni: stiamo lavorando per questo. Poi è ovvio che durante la crescita ci potranno essere delle modifiche di assetto ma tutti i soci, anche in ottica futura, saranno assolutamente coinvolti. Di una cosa sono però certo: sono molto più sereno e ottimista sul futuro del Parma ora rispetto a due anni fa quando tutto iniziò, e te lo dico con la massima sincerità”.

Altre voci che si sono rincorse spesso sono quelle che parlano di screzi tra soci, di possibili uscite dalla compagine azionaria… C’è qualcosa di vero?

“Dal primo giorno in cui sostanzialmente abbiamo iniziato a lavorare non c’è stata una settimana dove sui social o nelle chat non ci fossero voci o chiacchiere di questo tipo. Se fossero state vere quelle voci avremmo dovuto cambiare assetto praticamente ogni due mesi. Una specie di circo ambulante. In realtà l’assetto di questa società è immutato dal primo giorno e soprattutto siamo molto uniti tra noi, essendo composta da un gruppo di amici. Capisco che possa essere noioso in una città che adora il pettegolezzo, ma per ora non abbiamo mai avuto alcun momento di tensione, o screzi di sorta”.

Altre voci che si rincorrono spesso, sono su possibili investitori esterni. Da Piazza a Ferrero, passando per i cinesi. Ci sono stati dei contatti con qualcuno in particolare?

“Fin dal primo giorno ci sono stati una marea di “avvicinamenti” nei confronti del Parma, anche se molte “voci” sono davvero irrealistiche.  La maggior parte è stata respinta al mittente senza grandi approfondimenti. In altre situazioni invece è capitato, capita e capiterà, ed è doveroso che sia così di fronte ad interlocutori di qualità, di  cercare di capire se questi ti possono portare un valore aggiunto. Per ora questo non è successo, ma non c’è nessun tabù. Noi non dobbiamo dimostrare la superiorità teorica di un modello. Non abbiamo alcuna battaglia “ideologica”, da combattere, ma l’unica volontà è quella di portare il Parma più in alto possibile, e far sì che abbia le spalle più larghe e solide possibili. Questa è l’unica cosa che ci guida”.

In molti guardano il Parma con interesse, ma il Parma come guarda il mondo del calcio, soprattutto rispetto all’idea che si era fatto prima di entrarci?

“Quello del calcio è un mondo davvero strano. Ci sono molte realtà in cui succedono cose che sono lontanissime dal nostro modo di essere. Un esempio è quando dopo la partita, per alcune squadre, il primo a parlare è il Presidente. Era la routine lo scorso anno in D, ma succede anche quest’anno in Lega Pro. Lo dico con il cuore: tutto questo mi sembra spesso fuori luogo. La proprietà secondo me dovrebbe parlare quando ha qualcosa da dire, o quando ha qualcosa di importante da annunciare. Non ha però senso che sia la proprietà a commentare l’andamento settimanale, la partita e a rilasciare interviste ogni giorno. Per questo ci sono già giocatori, allenatore e dirigenti, che sono i veri protagonisti”.

Del resto si è visto che questa proprietà non ama molto i riflettori e soprattutto i microfoni…

“Noi cerchiamo di essere coerenti con quello che è il nostro modo di essere, in un mondo che a volte privilegia il modo di essere più becero. Per certi versi, e permettimi di parafrasare “per scherzo”  uno slogan da Curva, “non ci avranno mai come vogliono loro”. Quando mi ritroverò ad urlare in conferenza stampa su presunti “complotti del sistema”, farò in modo che qualcuno mi porti via con la forza, perchè è un qualcosa che non ha nulla a che vedere con questa proprietà”.

Eppure il Marco Ferrari dirigente è prima di tutto un grande tifoso. È cambiato il tuo modo di vivere le partite?

“No, non è cambiato molto. Continuo a “soffrire come un cane” durante la partita.  C’è però una cosa che mi ha fatto piacere, davvero, e l’ho scoperta in questi due anni. Mi ha sorpreso tantissimo. Mi riferisco a quanto per l’ambiente interno contino i tifosi. Per ambiente interno parlo del Mister, dei giocatori, dei dirigenti. Pensavo fosse un mondo molto più cinico, invece i giocatori si accorgono se siamo in mille in trasferta invece che in trecento: se ne accorgono eccome. Si rendono conto anche di quando la Curva si fa sentire, e li carica a mille. Vuol dire che quella del dodicesimo uomo in campo non è una leggenda. Pensavo che il mondo del calcio fosse più cinico, da questo punto di vista, ma non è così”.

Una curiosità, invece, la sto tenendo dentro da quando prima hai parlato del fatto che per certe decisioni bastano alcuni messaggi di whatsapp. Forse è stupida come cosa, ma non riesco a trattenermi: come si chiama la vostra chat di gruppo?

“Non c’è una chat di gruppo, non l’abbiamo creata. Però tranquillo che anche noi a volte “cazzeggiamo”… Del resto con Giacomo Malmesi e Pietro Pizzarotti ci conosciamo fin da quando eravamo bambini. Siamo stati a scuola insieme, quindi il rapporto è quello che c’è tra migliori amici, e com’è naturale che sia a volte ci divertiamo anche a scriverci delle cavolate. Magari non sembra – ride – ma siamo un po’ più cialtroni di quel che sembra…”

Avete anche il vostro lavoro. Come si inserisce il Parma all’interno della vostra quotidianità immagino già fitta di impegni?

“Personalmente non posso negare che il Parma sia ai primi posti, con tante energie mentali e tempo sottratto al tuo lavoro o alla tua famiglia. Ho però la lucidità di sapere di non poterlo fare a tempo pieno. Ora entro meno nel merito dell’operatività rispetto alla prima stagione. Non è nemmeno giusto che il mio parere possa influenzare chi deve decidere giorno dopo giorno. Chi deve fare delle scelte è stato selezionato proprio per questo, ed è giusto che le faccia. L’impegno è stato duro nel cosiddetto “mese punk”, perché sentivo di avere la responsabilità di caricarmi sulle spalle la società, lasciando di lato anche il mio lavoro per qualche tempo. Si è trattato però di una parentesi”.

E le vostre famiglie come stanno vivendo quest’avventura?

“Dal canto mio ho la fortuna di aver sposato una donna fantastica. Non ho ancora capito se mia moglie sia contenta o meno di questa avventura. So però che mi appoggia, e io cerco sempre di coinvolgere tutta la mia famiglia. Uno dei miei tre figli è particolarmente sfegatato, ma ti posso dire che mia moglie è un vero e proprio talismano. Quando le cose si mettono male chiamo lei. Se lei viene allo stadio, noi vinciamo. Contro il Pordenone, ad esempio, lei non era venuta al Tardini. Siamo andati sotto 2-1 e all’intervallo l’ho chiamata subito supplicandole di venire. Lungo il tragitto mi avrà sicuramente maledetto in diverse lingue, ma è arrivata di corsa. Alla fine abbiamo vinto 3-2 con quel gol in rovesciata di Calaiò. È stato bellissimo, poi quel giorno in tribuna c’eravamo tutti e sette. Al 3-2 tutti, compresi Pizzarotti e Barilla che di solito sono compassati,  si sono abbracciati saltando come dei matti e c’è stata un’esultanza collettiva bellissima”.

Tornando al presente, qual è stato il momento più bello di quest’avventura?

Foto Parma Calcio 1913

“Non posso che pensare al derby vinto a Reggio Emilia. L’unica volta in cui l’anno scorso ho rilasciato un’intervista alla stampa avevo detto che il mio sogno era quello di essere promossi, di finire nello stesso girone della Reggiana, andare a giocarci il derby e vincerlo. Possiamo pure dire, se vogliamo, che il derby è una semplice partita, una gara come le altre. Però io invece dico che un tempo c’era un rivista che si chiamava “Cuore”, ed al suo interno c’erano “le dieci ragioni per cui vale la pena vivere”. Non so in quale posizione sia, ma posso assicurare che vincere il derby a Reggio Emilia per due a zero c’è. Eccome se c’è…”

È una risposta coerente con il tuo essere tifoso, prima che dirigente. A volte però bisogna conciliare i sogni del tifoso con i piedi saldi a terra che un dirigente deve avere…

“Cerco sempre di stare molto attento a non dire sciocchezze, e a non dispensare false promesse. Ormai ogni proprietà quando arriva in un posto promette mari e monti: promozioni assicurate, stadi nuovi, Serie A, Champions, e chi più ne ha più ne metta. Anche per pudore questo non credo che sia giusto, anche perchè nello sport davvero non si sa mai quello che può succedere. È assurdo però anche l’opposto. Lo voglio dire chiaro e tondo: Parma è una città di Serie A e deve avere l’ambizione di tornare a giocare in Serie A. Su questo non ci piove. Nessuno promette una marcia trionfale a tappe forzate, anzi personalmente credo che un consolidamento in Serie B e una “fase due” con l’innesto di giovani forti sia necessaria. Ma la nostra ambizione deve essere quella”.

Dopo il fallimento, per certi versi, la piazza è molto più diffidente. Potrebbe valere uno di quei tanti cartelli che si vedono nei bar: “Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno“. È una cosa che vi pesa?

“Il potere va sempre messo in discussione. Per guadagnare la fiducia c’è bisogno di risposte concrete, e per questo più che con le parole o con le promesse abbiamo voluto sempre far parlare i fatti. E questo vogliamo continuare a fare anche in futuro”.

Del resto critiche e complimenti fanno parte del mondo se si inizia ad avere una certa visibilità…

“Io con il Parma sto avendo sin troppa visibilità e questo mi mette spesso un po’ in imbarazzo. Questo aspetto lo vivo con un po’ di difficoltà, per motivi miei di carattere. Infatti normalmente cerco di non rilasciare interviste su giornali e televisioni, tralasciando il discorso legato ad Ancona quando era doveroso che dopo la partita parlassi in conferenza. Dall’altro lato però la visibilità mi pesa meno quando sento che i tifosi quando mi vedono mi chiamano Marco. Può sembrare una sciocchezza, ma questo vuol dire che non mi vedono su un piedistallo su cui non voglio assolutamente salire”.

A proposito dei tifosi, c’è un messaggio che vorresti fargli arrivare?

“Vorrei dire loro che fanno e faranno la differenza molto più di quello che pensano. Pensaci un attimo: storicamente i tifosi del Parma hanno fatto cose straordinarie. Magari in partite importanti a volte bastano due gocce di pioggia per raffreddare un po’ gli animi. Poi però quando serve non mancano mai.  Soprattutto quando non te lo aspetti. Sono fondamentali per noi, per il nostro cammino, e soprattutto per la nostra squadra che sta provando a conquistare un obiettivo fondamentale. Mi piacerebbe che i tifosi del Parma riuscissero anche in questa stagione a dare quel qualcosa in più e ci accompagnassero letteralmente, fisicamente in Serie B. Hanno la forza di farlo, lo so perché l’ho visto tante volte con i miei occhi.  Abbiamo bisogno del loro entusiasmo , della loro presenza e del loro amore per fare insieme l’allungo decisivo”.

Sembra quasi un discorso da Presidente…

“No, non sono il Presidente del Parma. Non abbiamo ancora provveduto alla nomina perchè non ci sono degli obblighi di tempistiche stringenti. Ma se devo essere sincero non l’abbiamo fatto anche per motivi scaramantici. Da quando siamo diventati una società un po’ “punk” non abbiamo perso una partita…e io sto molto bene nei panni del Vice. Poi è ovvio che comunque entro fine stagione si provvederà a nominare un Presidente… Stai ancora registrando?”.

Sì, ma direi che abbiamo finito…

“Prima di chiudere ci tengo a dirti perchè ho fatto quest’intervista. È stato anche un modo per passare del tempo con una persona straordinaria che ho avuto modo di apprezzare in questi anni, e a cui tutta la comunità del Parma deve tantissimo. Te l’hanno detto in tutte le salse, ma mi sembra giusto dirtelo anche “ufficialmente” a nome del Parma Calcio. Tu ora hai una sfida davanti, ma è ovvio che a tutti noi dispiace che tu te ne vada, come a te dispiace lasciare Parma. Questa però è una sorta di “sliding door” che dovevi imboccare. Ora hai un solo obbligo: continuare a farti un mazzo così. Diventerai un bravissimo giornalista, che è un mestiere sempre più difficile e complicato, ma vedrai che tu riuscirai a farcela. E avere preso questa “sliding door” sarà stato importante. E di questo saremo tutti contenti. Sarà contento il Parma, sarai contento tu, ed avremo dato un senso al fatto che d’ora in avanti non ci sarà più una cosa che tutti eravamo abituati ad avere, però c’è un tempo per ogni cosa. Quindi non posso che farti un grande, enorme in bocca al lupo”.

(La foto in evidenza è stata scattata da Annarita Melegari – Gazzetta di Parma)