L’OPINIONE: Perchè ci piacciono i Nador?

In dialetto parmigiano “nador” significa lettaralmente “anatra”, animale a cui, di norma, non si riconoscono grandi doti di intelligenza. Si utilizza molto a Parma ma, spesso, è in chiave leggera, ironica e simpatica. Lungi dal voler offendere chicchessia, la parola “nador” in questo articolo è ovviamente declinata nella sua forma amicale e bonaria. Buona lettura.

Senza scomodare i grandi del calcio internazionale e del passato (Best, Cantona, e Gascoigne su tutti), e soffermandoci in casa nostra, ci siamo posti una domanda: perché ci piacciono i “nador”, le “teste calde”?

Come gli attori del bianco e nero, hanno un fascino irresistibile che ci cattura nella loro tela e ancor prima di essercene resi conto siamo dentro ad un vortice d’ amore e ammirazione incondizionati (qualcuno che conosciamo direbbe un vortice di “culanità”) che solo il seguente “nador” potrà scalfire nel tempo.

A Parma negli ultimi 10 anni abbiamo potuto vedere all’opera due nador di primissima fascia: Domenico Morfeo e Fernando Marques.

Il primo aveva il dono di catalizzare su di se il gioco, di dirigerlo ed addirittura di condizionarlo: spesso dopo un contrasto l’arbitro lo guardava, come per chiedergli se avesse subito fallo oppure no, e lui con un mezzo sorriso spesso lasciava intendere che no, che in realtà aveva bluffato…
Quando poi aveva la palla tra i piedi, Morfeo era incredibile: mai un passaggio banale, con lui in campo non vi erano mai quei momenti morti dove ti gratti la testa, sbadigli e magari chiedi al vicino: “guarda un po’ se perde la Reggiana”…
Era un piccolo grande uomo che molti tifosi crociati amano e ameranno per sempre.

Poi arrivò Nando, ultimissima icona “nador”: con i suoi dribbling ubriacanti, il suo modo quasi surreale e insaziabile di dare del tu al pallone e sbeffeggiare il povero avversario di turno. Poco importa se a volte scartava sé stesso. Nando, però, oltre a quello che faceva in campo, emozionando una platea contenta di goderne a piene mani ed occhi, era nei nostri cuori anche per quel suo look (ipermega tatuato) e le voci che arrivano continuamente riferite alla sua vita privata (chi ha modo di segurilo su Twitter sa di cosa parlo…). E’ proprio per questa sua vita privata che Nando riesce a dar adito a fantasticherie sulla sua reputazione da  lussurioso “nador”, e ad insignirlo della magica targa; una vita decisamente sopra le righe che non poteva non condizionare anche il suo modo di giocare a pallone.

Oseremmo dire che se Graziano Pellè fosse stato un po’ meno figo e un pizzico “nador” forse, e sottolineo forse, gli avremmo perdonato anche il 300esimo stop/sponda/tiro di petto.

Quindi perché amiamo così tanto i “nador”? Perché in un’epoca telecomandata dai computer, come per un nostalgico sentimento ancestrale, proviamo stima e affetto verso chi con gesta semplici ma significative, ci ricorda che sono ancora gli essere umani i più grandi generatori di emozioni?

Può darsi, ma nonostante tutto rimarrà un mistero, come rimarrà un mistero la causa che ci spinge a tifare per questa o l’altra squadra, o la risposta alla domanda “c’è vita dopo la morte?”.

Con queste parole, ovviamente, non vogliamo certo fornire un incentivo ad essere dei “nador”, nello sport e nella vita. Il  nostro vuole essere uno sprono, magari, a tirar fuori quel minimo di personalità che noi tutti abbiamo e che ci contraddistingue dalle macchine, e dai Pabon.

Dio salvi i nador!

-Il Collaboratore (Domestico)